EDITORIALE SETTEMBRE | CHE COSA SIGNIFICA OGGI LUSSO?
Per decenni la risposta è sembrata semplice: esclusività, riconoscibilità, prezzo. I grandi luxury brand hanno costruito il proprio desiderio proprio su questi codici, trasformando un abito, una borsa o un gioiello in un simbolo di status. Il logo era parte del valore e, spesso, anche il modo più immediato per comunicarlo.
Ma qualcosa sta cambiando.
Il nuovo lusso sembra parlare una lingua diversa: quella della discrezione, della qualità, della durata. È il lusso di chi non ha bisogno di esibire ciò che possiede, ma sceglie ciò che indossa per come è fatto, per come veste, per come racconta la propria personalità. Un guardaroba meno affollato, capi destinati a durare, materiali eccellenti, proporzioni impeccabili, attenzione ai dettagli e una relazione più autentica con ciò che acquistiamo.
Non è un caso che alcune delle donne più osservate della moda contemporanea siano diventate vere icone proprio grazie alla capacità di mescolare grandi maison e marchi molto meno conosciuti.
Penso a Katie Holmes e Jennifer Lawrence, fan di Toteme, brand svedese nato nel 2014 che ha costruito il suo successo su un guardaroba essenziale, riconoscibile per la qualità delle forme e dei materiali, non per i loghi. Oppure a Rosie Huntington-Whiteley, che, oltre a The Row e Bottega Veneta, indossa marchi di nicchia come Low Classic, Tibi o Les Tien, dimostrando come oggi il vero stile consista sempre più nella capacità di mescolare codici diversi e di scegliere pezzi con una personalità propria.
È forse questo il passaggio più interessante: il lusso non è più necessariamente ciò che riconosciamo, ma ciò che riconosce chi lo indossa.
In questo scenario, il minimalismo può diventare una nuova forma di esclusività. Non necessariamente perché costoso, ma perché raro. Raro è trovare oggi un’identità capace di non inseguire ogni nuova tendenza; raro è avere un guardaroba nel quale ogni capo sembra essere stato scelto con intenzione. E raro è anche scoprire un brand prima che diventi onnipresente.
È qui che realtà come Crida trovano il proprio spazio.
Oggi Crida è un brand conosciuto e ben posizionato in Italia, ma la sua estetica sembra naturalmente parlare anche a un pubblico internazionale che sta riscoprendo il valore di una moda sofisticata, femminile e, soprattutto, non urlata. La nuova collezione Fall/Winter 2026-27 insiste proprio su questi codici: rigore sartoriale, volumi avvolgenti, tessuti caldi, palette profonde, texture preziose e un equilibrio tra ispirazione maschile e femminilità fluida.
E non è un caso che Crida abbia scelto New York per raccontare questa nuova direzione. La presentazione della collezione Autunno-Inverno al CORE, esclusivo private members’ club newyorkese, rappresenta qualcosa di più di un semplice appuntamento internazionale: è il naturale approdo di una filosofia che oggi sta conquistando una parte sempre più sofisticata del mondo della moda.
Portare Crida in un luogo come questo significa quindi parlare a un pubblico che non ha necessariamente bisogno di essere conquistato attraverso l’ostentazione. Un pubblico abituato al lusso e, proprio per questo, forse sempre più interessato a ciò che si distingue senza gridare.
La nuova collezione Crida sembra muoversi esattamente in questa direzione: un lusso raffinato e non ostentato. Capi importanti ma mai aggressivi, costruiti attorno alla silhouette, alla materia e alla qualità del gesto sartoriale. Una femminilità che non ha bisogno di essere dichiarata attraverso un logo, perché emerge dalla linea di una spalla, dalla caduta di un tessuto, dalla profondità di un colore.
Forse è proprio qui che sta il vero cambiamento.
Per molto tempo abbiamo pensato che il lusso fosse possedere qualcosa che gli altri potessero riconoscere. Oggi potrebbe essere, al contrario, possedere qualcosa che non tutti riconoscono, ma di cui noi sappiamo esattamente perché abbiamo scelto.
Forse il vero privilegio, oggi, non è più possedere ciò che tutti desiderano. È scegliere ciò che davvero ci rappresenta.
Il lusso del futuro potrebbe dunque non avere bisogno di un logo, ma di qualità, identità e senso.
E, soprattutto, della libertà di non dover dimostrare niente.
Cristina e Daniela