EDITORIALE DICEMBRE
Ho letto un articolo molto interessante sull’attuale crisi del fashion. Provo a raccontarvelo e a dirvi la mia opinione. Un tempo c’era una netta distinzione nella moda fra ciò che rappresentava il lusso, quello riservato a pochi, e i prodotti invece accessibili a tutti. Il linguaggio era chiaro, identitario e non commerciale. Ora non più. Oggi questo impianto è collassato e la moda stessa si è trasformata in un gran calderone che va in scena su un palcoscenico globale.
Per molto tempo la moda ha funzionato come un codice culturale, un modo per segnare appartenenza e raccontare chi eravamo, oltre che per vendere i prodotti. Gli abiti erano storie indossate, radici, proiezioni di desideri. Ma il lusso aveva una sua discrezione: non ostentava, suggeriva. Pensate all’eleganza assoluta e senza tempo incarnata da donne come Jacqueline Kennedy, Marella Agnelli o più recentemente Franca Sozzani. Oggi quella struttura si è sgretolata e la moda è diventata una grande vetrina che vive di visibilità istantanea. La distinzione ha ceduto il posto all’esibizione, l’identità alla pura comparsa, la creatività alle logiche performative dei social. Dentro il ritmo delle piattaforme la moda non parla più come dovrebbe, ma semplicemente scorre. A me sembra tutto un flusso veloce, replicabile, pensato per essere consumato all’istante.
Perché avviene questo? Le collezioni si moltiplicano sempre più rapidamente (tra pre-collezioni, resort e cruise ogni brand del lusso replica e butta sul mercato un’infinità di nuovi prodotti) e 24 ore dopo ogni sfilata o presentazione gli stessi pezzi vengono replicati nelle vetrine delle catene fast fashion, con altri materiali e altri prezzi, ma con un’immagine non sempre così distinguibile dagli originali. Il valore del lusso in questo modo si svuota: non è più un segno di distinzione ma un dispositivo che uniforma. Perché ciò che conta non è più la qualità singolare di ogni oggetto fatto con cura e savoir faire dalle manifatture, ma la riconoscibilità immediata di quella borsa che tutti fotografano o delle sneakers che tutti condividono. Che poi siano vere o false, a questo punto, conta poco. E qui si crea la crisi, perché l’oggetto iconico che doveva distinguere chi lo indossa non è più esclusivo ma, al contrario, produce omologazione.
Da un punto di vista etico è assolutamente giusto che la moda diventi democratica, che tutti possano condividerla. Io sono fermamente convinta che per essere eleganti non serva indossare abiti di Chanel o di Valentino, ma avere una personalità e uno stile preciso che renda ogni outfit, anche il più economico, adatto al proprio fisico e alla propria estetica. Ma quello che non condivido, e che svilisce il senso del lusso nella moda, è la rincorsa a produrre sempre di più, a muoversi in modo innaturale, distorto. Cosa che di fatto sancisce la perdita del valore intrinseco di un mercato nato per essere esclusivo e speciale.
Noi di Crida sentiamo l’esigenza di rallentare, di sottrarci alla frenesia dell’istantaneità e di tornare a ciò che conta davvero nella moda: la sostanza, i tessuti pregiati e naturali, la ricerca, l’intuizione di qualcosa di speciale. Io sono convinta che la creatività nasca prima che un algoritmo la misuri e che l’idea prenda forma prima che diventi tendenza. Riportare il lusso nella sua dimensione sana e naturale, restituendogli una funzione selettiva e non solo spettacolare credo sia la sfida che oggi il mondo della moda deve affrontare. Solo in questo modo potrà riappropriarsi della sua voce originaria, che parla di identità e di differenze, che racconta i cambiamenti sociali e i bisogni della gente. E il lusso, liberato dall’obbligo di mostrarsi, potrà tornare davvero a distinguersi: non per esclusione ma per eleganza vera.
P.S. Buon Natale, buone feste e… buona moda a tutti.