C’è un filo sottile, ma sempre più visibile, che lega l’alta moda al consumo quotidiano. Ultimamente due notizie mi hanno incuriosito per il dibattito acceso che hanno generato: da un lato la collaborazione di John Galliano con Zara, dall’altro il successo costante di Massimo Piombo da OVS. Due nomi importanti, due percorsi diversi ma un punto in comune: la scelta di attraversare – o forse abbattere – il confine tra lusso e accessibilità.
Per decenni la moda ha costruito il proprio mito sulla distanza: esclusività, prezzo sempre più elevato, distribuzione limitata. Il desiderio in questo modo nasceva anche dall’impossibilità. Oggi invece il paradigma sembra capovolgersi. Quando uno stilista come Galliano, simbolo di teatralità e sperimentazione (decisamente adatta a pochi), entra nell’universo Zara, porta con sé un’estetica complessa dentro un sistema industriale rapido e globale. Il risultato è una democratizzazione dell’immaginario: capi ispirati all’alta moda diventano improvvisamente disponibili a un pubblico vastissimo.
Ma questa operazione non è priva di ambiguità. Mi domando: è davvero democratizzazione o piuttosto una semplificazione del linguaggio creativo? Il rischio è che la genialità di questo designer irriverente e super innovativo si diluisca per adattarsi ai ritmi e alle logiche del fast fashion. Quindi ok, ora lo posso comprare da Zara a un prezzo facile, ma in realtà acquisterò un capo che non ha più nulla dell’identità e della sartorialità couture del vero Galliano.
È chiaro l’interesse del colosso spagnolo a promuovere sempre più un’immagine patinata e virtuosa, ma non basta arruolare a peso d’oro un genio della moda per avere la patente di sostenibilità.
Diverso ma altrettanto significativo è il caso di Massimo Piombo. Il suo lavoro con OVS non è una collaborazione episodica ma un progetto ben strutturato, coerente nel tempo. Dopo essere stato un brand del lusso per molti anni, Piombo a un certo punto decide di collaborare con OVS entrando in società con l’azienda e creando ormai da otto anni collezioni economiche ma di qualità, adatte agli store di questa catena che si sta sempre più espandendo all’estero. Piombo non scende nella moda accessibile, la ripensa dall’interno, mantenendo una forte identità – soprattutto attenzione ai tessuti – e rispettando vincoli di prezzi e produzioni (tutta la manifattura ovviamente viene dal Bangladesh e dall’India…). In questo modo però la democratizzazione non è uno shock, come per Galliano da Zara, ma un processo possibile.
È proprio in questa differenza che si gioca il senso del fenomeno. Galliano rappresenta l’irruzione del lusso nel quotidiano, Piombo invece la costruzione di un quotidiano più raffinato. Due strategie opposte, entrambe figlie di un’epoca in cui i confini della moda si fanno più labili, forse per l’eccessivo divario fra i brand del lusso e il fast fashion.
Cosa significa quindi moda democratica? Non è solo una questione di prezzo, è piuttosto un cambiamento culturale: l’idea che il design, la qualità e perfino una certa visione estetica non debbano essere privilegio di pochi. Allo stesso tempo però questa apertura impone nuove responsabilità, come sostenibilità, trasparenza e rispetto del lavoro.
Tutti obiettivi che noi di Crida, che ci poniamo nel mezzo fra lusso estremo e fast fashion, abbiamo da sempre ben presenti nel nostro lavoro, fatto di made in Italy vero, sartorialità, tessuti naturali.
Crediamo che oggi la vera sfida non sia solo rendere la moda accessibile, ma farlo senza svuotarla di significato.
In questo equilibrio fragile si muovono le esperienze di Galliano e di Piombo. E forse è proprio qui, in questa tensione fra élite e massa, che si gioca il futuro del sistema moda.
Cristina e Daniela