C’è un filo sottile, ma sempre più visibile, che lega l’alta moda al consumo quotidiano. Ultimamente due notizie mi hanno incuriosito per il dibattito acceso che hanno generato: da un lato la collaborazione di John Galliano con Zara, dall’altro il successo costante di Massimo Piombo da OVS. Due nomi importanti, due percorsi diversi ma un punto in comune: la scelta di attraversare – o forse abbattere – il confine tra lusso e accessibilità.

Per decenni la moda ha costruito il proprio mito sulla distanza: esclusività, prezzo sempre più elevato, distribuzione limitata. Il desiderio in questo modo nasceva anche dall’impossibilità. Oggi invece il paradigma sembra capovolgersi. Quando uno stilista come Galliano, simbolo di teatralità e sperimentazione (decisamente adatta a pochi), entra nell’universo Zara, porta con sé un’estetica complessa dentro un sistema industriale rapido e globale. Il risultato è una democratizzazione dell’immaginario: capi ispirati all’alta moda diventano improvvisamente disponibili a un pubblico vastissimo.

Ma questa operazione non è priva di ambiguità. Mi domando: è davvero democratizzazione o piuttosto una semplificazione del linguaggio creativo? Il rischio è che la genialità di questo designer irriverente e super innovativo si diluisca per adattarsi ai ritmi e alle logiche del fast fashion. Quindi ok, ora lo posso comprare da Zara a un prezzo facile, ma in realtà acquisterò un capo che non ha più nulla dell’identità e della sartorialità couture del vero Galliano.

È chiaro l’interesse del colosso spagnolo a promuovere sempre più un’immagine patinata e virtuosa, ma non basta arruolare a peso d’oro un genio della moda per avere la patente di sostenibilità.

Diverso ma altrettanto significativo è il caso di Massimo Piombo. Il suo lavoro con OVS non è una collaborazione episodica ma un progetto ben strutturato, coerente nel tempo. Dopo essere stato un brand del lusso per molti anni, Piombo a un certo punto decide di collaborare con OVS entrando in società con l’azienda e creando ormai da otto anni collezioni economiche ma di qualità, adatte agli store di questa catena che si sta sempre più espandendo all’estero. Piombo non scende nella moda accessibile, la ripensa dall’interno, mantenendo una forte identità – soprattutto attenzione ai tessuti – e rispettando vincoli di prezzi e produzioni (tutta la manifattura ovviamente viene dal Bangladesh e dall’India…). In questo modo però la democratizzazione non è uno shock, come per Galliano da Zara, ma un processo possibile.

È proprio in questa differenza che si gioca il senso del fenomeno. Galliano rappresenta l’irruzione del lusso nel quotidiano, Piombo invece la costruzione di un quotidiano più raffinato. Due strategie opposte, entrambe figlie di un’epoca in cui i confini della moda si fanno più labili, forse per l’eccessivo divario fra i brand del lusso e il fast fashion.

Cosa significa quindi moda democratica? Non è solo una questione di prezzo, è piuttosto un cambiamento culturale: l’idea che il design, la qualità e perfino una certa visione estetica non debbano essere privilegio di pochi. Allo stesso tempo però questa apertura impone nuove responsabilità, come sostenibilità, trasparenza e rispetto del lavoro.

Tutti obiettivi che noi di Crida, che ci poniamo nel mezzo fra lusso estremo e fast fashion, abbiamo da sempre ben presenti nel nostro lavoro, fatto di made in Italy vero, sartorialità, tessuti naturali.

Crediamo che oggi la vera sfida non sia solo rendere la moda accessibile, ma farlo senza svuotarla di significato.

In questo equilibrio fragile si muovono le esperienze di Galliano e di Piombo. E forse è proprio qui, in questa tensione fra élite e massa, che si gioca il futuro del sistema moda.

Cristina e Daniela

È arrivata la nuova collezione primavera estate di Crida. La trovate on line e in tanti negozi italiani. Si chiama Florescence, fioritura, non soltanto perché i fiori sono protagonisti di tessuti molto speciali. Ma per le radici profonde che ci legano al nostro territorio.

Partiamo dalla terra, il valore più importante che abbiamo e a cui dobbiamo rispetto e amore. E cerchiamo di farla fiorire al meglio. Creare una collezione è come piantare dei semi in un campo. Ci sono idee, sensazioni, tendenze che sentiamo intorno a noi e che seguiamo, curiamo e alimentiamo fino a trasformarle in un insieme armonico che risponda alla nostra idea di stile. Sempre nel pieno rispetto della sostenibilità e del Made in Italy, fondamenti imprescindibili di Crida.

La collezione Spring Summer 26 si chiama Florescence perché è il nostro prato fiorito. Sete pregiate e cotoni di Albini si colorano nelle sfumature dei fiori e nelle intramontabili righe per dare vita ad abiti romantici, raffinati, adatti ad ogni momento della giornata. C’è anche un nuovissimo tessuto gessato in lino e cotone che diventa il passe-partout per completi sartoriali, da giorno e da sera, unendo un tessuto maschile alla femminilità di giacche e redingote dal taglio impeccabile .

Non mancano i pois che fioriscono sullo chiffon in abiti, gonne molto ampie e camicie sofisticate mentre su una organza impalpabile compaiono i pois color jeans, la cifra immancabile del nostro stile. Per la prima volta infatti in questa nuova collezione c’è il denim, per rendere ancora più contemporanea e facile l’eleganza di Crida.

Io e Daniela come sempre abbiamo voluto creare un guardaroba adatto a quello che le donne come noi cercano e vogliono dalla moda. Non outfit troppo appariscenti da usare una volta sola, ma abiti, completi, gonne e pantaloni che rappresentano un lusso accessibile, un eleganza raffinata e contemporanea e soprattutto uno stile adatto a chi ama la moda e la sa interpretare con moderna consapevolezza.

Cristina e Daniela

Cosa succederà nella moda dopo morte di Giorgio Armani e di Valentino Garavani? La loro uscita di scena non rappresenta soltanto la scomparsa di due figure storiche, ma potrebbe segnare la fine simbolica di un’idea di moda che oggi il sistema sembra non essere più in grado di sostenere.

Con loro se ne va una generazione di creatori che ha concepito la moda come disciplina, responsabilità e visione culturale, non come contenuto da consumare rapidamente.

Armani e Valentino non sono stati semplicemente protagonisti: sono stati architetti di linguaggi. Il primo ha destrutturato l’autorità, ammorbidendo le silhouette, liberando il corpo da gabbie formali, insegnando che l’eleganza è equilibrio, misura, rispetto. Il secondo ha elevato la moda a gesto assoluto, a celebrazione della bellezza come valore non negoziabile, a rituale capace di sospendere il tempo. Due poli opposti, entrambi necessari. Insieme hanno definito l’alfabeto dell’eleganza italiana.

Ma soprattutto hanno rappresentato il valore della lentezza in un mondo che oggi vive di accelerazioni isteriche. Costruivano collezioni come capitoli di un discorso coerente, riconoscibile, pensato per durare. Il sistema attuale, invece, divora tutto: stilisti, estetiche, archivi, persino le eredità. Direttori creativi avvicendati a ritmo industriale, collezioni pensate più per l’algoritmo che per il corpo, marchi storici ridotti a contenitori vuoti in cui inserire “momenti” anziché idee.

In questo contesto, l’assenza di Armani e Valentino ci deve far riflettere. La loro esistenza rappresentava un limite, un freno naturale all’eccesso. Armani non aveva bisogno di urlare, Valentino non aveva bisogno di giustificare la sua grandeur. La loro autorevolezza non nasceva dal clamore, ma dalla coerenza. Oggi, invece, la moda sembra aver sostituito l’autorevolezza con la visibilità, il pensiero con la performance, l’identità con la strategia di marketing.

Ho l’impressione che il sistema moda contemporaneo parli continuamente di futuro, ma fatichi a costruirlo. Vive di citazioni, revival, reboot, mentre consuma in fretta chi prova davvero a proporre una visione. Se fate attenzione, potete notare come l’archivio sia diventato un salvagente creativo, non uno strumento di conoscenza. Senza Armani e Valentino a presidiare il senso della storia, il rischio è che la memoria diventi solo estetica, svuotata di etica. Anche il concetto di Made in Italy oggi è più che mai sotto esame. Per Armani e Valentino era un processo, un metodo, un dialogo profondo con artigiani, materiali, corpi reali, abiti che loro sapevano non solo disegnare, ma anche tagliare, cucire, creare. Io li ho visti lavorare con le sarte (italiane) per modificare dettagli preziosi negli abiti da sera. Oggi il Made in Italy è spesso ridotto a storytelling, mentre la produzione si frammenta, si delocalizza, si smaterializza.

Ecco perché la loro eredità mette il sistema davanti a una domanda scomoda: si può continuare a vendere lusso senza una cultura del fare che lo sostenga davvero? Il tema dell’eleganza, poi, è forse quello che più evidenzia la crisi. Armani insegnava la forza della sottrazione, Valentino la potenza della bellezza assoluta. Oggi l’eleganza è stata sostituita dall’impatto, dalla provocazione a breve termine, dal rumore visivo. Tutto deve essere “forte”, “iconico”, “virale”. Nulla sembra voler durare. In questo scenario, l’assenza dei maestri non è solo nostalgica: è strutturale.

Eppure, la loro scomparsa lascia anche una responsabilità precisa. Non quella di cercare nuovi “geni solitari” da idolatrare, ma la necessità di ripensare un sistema che oggi consuma creatività più velocemente di quanto riesca a produrla. Armani e Valentino dimostrano che la moda può essere potere silenzioso, bellezza rigorosa, progetto a lungo termine. Tutto ciò che oggi sembra incompatibile con i ritmi del mercato.

Io mi auguro che nel prossimo futuro il mondo della moda non si limiti a celebrarli con mostre, eventi e anniversari. Credo che il loro insegnamento non possa essere ridotto a un patrimonio da sfruttare, ma debba rappresentare un modello da cui ripartire. Perché senza di loro, il sistema sarà finalmente costretto a guardarsi allo specchio.

La domanda che dobbiamo farci quindi non è chi saranno i nuovi Armani o i nuovi Valentino. La vera domanda è se la moda contemporanea sia ancora capace di sopportare figure di quella statura o se abbia scelto definitivamente di farne a meno. E questa, più di ogni trend, sarà la sua vera dichiarazione di stile.

Cristina e Daniela

E siamo arrivati al 2026 … come ogni inizio d’anno questo è il momento dei buoni propositi e dei pensieri costruttivi di cui tutti abbiamo bisogno. Visto che , se seguite Crida, siete persone appassionate di moda , mi permetto di condividere con voi alcune riflessioni. In questo nuovo anno credo che si debba ripartire da gesti semplici ma potenti. La moda può essere un linguaggio d’amore: verso noi stessi, verso gli altri, verso il pianeta. Scegliete capi che durano, materiali responsabili, artigianato autentico. Non è solo un acquisto: è una posizione.

E allora, ecco qualche buon proposito fashion–consapevole:

• Acquistare meno, scegliere meglio. • Privilegiare brand trasparenti e made in Italy. • Riparare, riutilizzare, reinventare. • Donare ciò che non usiamo: fa bene a chi riceve e ci alleggerisce. • Pensare all’impatto di ogni gesto, dall’imballaggio al trasporto. • Sostenere chi tutela il lavoro e l’ambiente.

La moda del futuro è un atto di responsabilità quotidiana. Un invito a brillare, sì, ma con coscienza. E il regalo più bello che possiamo farci è sapere che ogni scelta racconta la versione migliore di noi. Noi di Crida vi auguriamo di vivere un meraviglioso 2026 , eleganti e consapevoli

Cristina e Daniela

Ho letto un articolo molto interessante sull’attuale crisi del fashion. Provo a raccontarvelo e a dirvi la mia opinione. Un tempo c’era una netta distinzione nella moda fra ciò che rappresentava il lusso, quello riservato a pochi, e i prodotti invece accessibili a tutti. Il linguaggio era chiaro, identitario e non commerciale. Ora non più. Oggi questo impianto è collassato e la moda stessa si è trasformata in un gran calderone che va in scena su un palcoscenico globale.

Per molto tempo la moda ha funzionato come un codice culturale, un modo per segnare appartenenza e raccontare chi eravamo, oltre che per vendere i prodotti. Gli abiti erano storie indossate, radici, proiezioni di desideri. Ma il lusso aveva una sua discrezione: non ostentava, suggeriva. Pensate all’eleganza assoluta e senza tempo incarnata da donne come Jacqueline Kennedy, Marella Agnelli o più recentemente Franca Sozzani. Oggi quella struttura si è sgretolata e la moda è diventata una grande vetrina che vive di visibilità istantanea. La distinzione ha ceduto il posto all’esibizione, l’identità alla pura comparsa, la creatività alle logiche performative dei social. Dentro il ritmo delle piattaforme la moda non parla più come dovrebbe, ma semplicemente scorre. A me sembra tutto un flusso veloce, replicabile, pensato per essere consumato all’istante.

Perché avviene questo? Le collezioni si moltiplicano sempre più rapidamente (tra pre-collezioni, resort e cruise ogni brand del lusso replica e butta sul mercato un’infinità di nuovi prodotti) e 24 ore dopo ogni sfilata o presentazione gli stessi pezzi vengono replicati nelle vetrine delle catene fast fashion, con altri materiali e altri prezzi, ma con un’immagine non sempre così distinguibile dagli originali. Il valore del lusso in questo modo si svuota: non è più un segno di distinzione ma un dispositivo che uniforma. Perché ciò che conta non è più la qualità singolare di ogni oggetto fatto con cura e savoir faire dalle manifatture, ma la riconoscibilità immediata di quella borsa che tutti fotografano o delle sneakers che tutti condividono. Che poi siano vere o false, a questo punto, conta poco. E qui si crea la crisi, perché l’oggetto iconico che doveva distinguere chi lo indossa non è più esclusivo ma, al contrario, produce omologazione.

Da un punto di vista etico è assolutamente giusto che la moda diventi democratica, che tutti possano condividerla. Io sono fermamente convinta che per essere eleganti non serva indossare abiti di Chanel o di Valentino, ma avere una personalità e uno stile preciso che renda ogni outfit, anche il più economico, adatto al proprio fisico e alla propria estetica. Ma quello che non condivido, e che svilisce il senso del lusso nella moda, è la rincorsa a produrre sempre di più, a muoversi in modo innaturale, distorto. Cosa che di fatto sancisce la perdita del valore intrinseco di un mercato nato per essere esclusivo e speciale.

Noi di Crida sentiamo l’esigenza di rallentare, di sottrarci alla frenesia dell’istantaneità e di tornare a ciò che conta davvero nella moda: la sostanza, i tessuti pregiati e naturali, la ricerca, l’intuizione di qualcosa di speciale. Io sono convinta che la creatività nasca prima che un algoritmo la misuri e che l’idea prenda forma prima che diventi tendenza. Riportare il lusso nella sua dimensione sana e naturale, restituendogli una funzione selettiva e non solo spettacolare credo sia la sfida che oggi il mondo della moda deve affrontare. Solo in questo modo potrà riappropriarsi della sua voce originaria, che parla di identità e di differenze, che racconta i cambiamenti sociali e i bisogni della gente. E il lusso, liberato dall’obbligo di mostrarsi, potrà tornare davvero a distinguersi: non per esclusione ma per eleganza vera.

P.S. Buon Natale, buone feste e… buona moda a tutti.

Amo novembre per varie ragioni: perché festeggio il mio compleanno, perché adoro l’arrivo del freddo per mettermi gli abiti pesanti e perché mi piace moltissimo guardare il colore delle foglie e dei tramonti, la mia palette preferita. Ma da quando è nata Crida c’è un motivo in più: novembre è diventato il mese della creatività e dell’energia, quello in cui nasce, si definisce e sboccia la nuova collezione del prossimo autunno-inverno. Una ragazza giovane che ama la moda mi ha chiesto: “Ma come nascono le vostre idee, e come si trasformano in abiti?” Provo a rispondere… Si inizia guardando, con occhi curiosi, tutto ciò che ci circonda e che ci attrae: dalle sfilate di moda alle persone per strada, dalle foto sulle riviste ai profili social di donne che ci ispirano. Ma può colpirci anche l’accostamento di colore inusuale in un mazzo di fiori o la tessera di un mosaico sulla parete di un palazzo antico.

Tutte queste suggestioni si trasformano in un moodboard che raccogliamo, devo dire, in maniera piuttosto disordinata, ma nel quale riusciamo a orientarci per lo step successivo: la scelta dei tessuti. Quando il tavolo del nostro ufficio è stracolmo di tirelle, che saranno la base del nuovo campionario, Daniela inizia a disegnare. E gli schizzi sui figurini invadono le pareti. Quello è il momento più creativo e affascinante. Immaginare, da un tessuto o da un colore, la forma di un abito, di una gonna o di un capo spalla è ciò che mi piace di più di questo lavoro. Partiamo dai nostri carry over e dai modelli che abbiamo venduto di più per trasformarli secondo la nuova visione. Poi aggiungiamo le novità, che Daniela non smetterebbe mai di disegnare, fino a che non la blocco per evitare di creare un campionario infinito.

Il confronto con le manifatture arriva subito dopo, e l’emozione più grande è sempre andare a provare i prototipi. Ovviamente li proviamo noi, quasi sempre io, perché devono essere indossati non da modelle ma da donne normali. A volte corrispondono a quello che ci immaginavamo, a volte bisogna modificarli e ottimizzarli; alcuni vanno scartati, ma altre idee si aggiungono per strada fino a comporre il quadro di uno stile, di un mood che abbiamo in mente e che è quello che vogliamo proporre per la stagione. Novembre è un mese frenetico e bellissimo, una corsa contro il tempo per riuscire a rispettare i tempi di consegna del campionario, ma certamente un momento elettrizzante, pieno di idee e di novità.

“Discutete mai tu e Daniela?”, mi chiede ancora la giovane amica. Beh sì… Daniela è una creativa vera, riesce a captare le tendenze nell’aria e a trasferirle negli abiti, anche quelle più estreme… Io a volte devo riportarla coi piedi per terra, pensando con una mente più commerciale e concreta. Ma alla fine la forza di Crida sta tutta lì: in questo confronto, un sodalizio di amicizia e di stile che ormai da cinque anni ci vede impegnate in un lavoro in cui crediamo moltissimo, ma che è diventato una vera e propria sfida nei tempi difficili di un mercato sempre più in difficoltà.

Crediamo che le cose belle e fatte bene, realizzate in Italia con il saper fare delle nostre aziende del territorio, siano un valore aggiunto che vale la pena di proteggere e incentivare. Crediamo nelle tante clienti che amano i nostri abiti, li comprano e li ricomprano, confermandoci anche nei momenti più bui che siamo sulla strada giusta.

E così accogliamo questo novembre, freddo e piovoso, con l’ottimismo della passione per la moda. E nel frattempo produciamo la collezione estiva che arriverà nei negozi a febbraio. Non ci fermiamo mai. La moda gioca d’anticipo, è sempre avanti un anno, ma soprattutto è un mondo che ti impedisce di star ferma. Bisogna sempre guardare oltre. E noi lo facciamo con impegno e fiducia.

P.S. Le prossime date dei pop-up di Crida sono a Firenze il 18 novembre e a Lecce il 2/3 dicembre. Stay tuned.

Mentre il mondo della moda si sposta a Parigi, facciamo un bilancio della fashion week milanese, che ci ha anticipato le tendenze della prossima primavera-estate, in una settimana funestata da tempo freddissimo e piovoso. Mix di colori potenti, nostalgia degli anni ’80, sovrapposizioni inaspettate e sartorialità sono i codici che mi hanno maggiormente colpito nelle nuove collezioni, che come sempre riflettono i tempi in cui viviamo, pieni di contraddizioni e anche di paure, in un momento storico difficile che non aiuta certamente il mercato.

Ma forse proprio per questo si sono visti tanti spunti interessanti e innovativi, sia dal punto di vista dei materiali, sempre più naturali, riciclati e sostenibili, ma anche nel mood generale di considerare ogni outfit non più classificabile come abito da giorno o da sera: oggi la cliente finale può mixare con creatività pezzi casual e dettagli super glamour, creando il proprio stile in ogni momento della giornata.

La parola d’ordine è trasformazione, sottolineata anche dagli attesi debutti di nuovi designer alla guida dei brand, che non hanno deluso. Louise Trotter ha celebrato l’artigianato di Bottega Veneta e l’arte dell’intreccio con frange speciali realizzate in fibra di vetro riciclata, mentre Dario Vitale ha ricreato uno stile Versace ben diverso da quello a cui eravamo abituati: niente paillettes, spacchi e glamour da gran sera, ma gilet senza maniche in stile bomber abbinati a gonne luminose, canotte spaccate sui lati, vita alta e cinture disfatte, per una visione molto più rilassata e diversamente sexy.

Demna da Gucci avrebbe potuto stupire con effetti speciali, invece ha preferito saggiamente presentare la nuova Famiglia di Gucci (e tutti i suoi problemi in un cortometraggio super patinato), pescando dagli archivi i pezzi iconici della griffe e riproponendoli tali e quali: loghi, paillettes, mini e pelliccia sintetica riuniti in un mix audace e sicuro. Come dire: partiamo da qui, ma nella prossima ne vedrete delle belle… Mi è piaciuta moltissimo la sfilata di Tod’s, ormai maestro di uno stile raffinato e chic concentrato sulla lavorazione preziosa della pelle. Giubbotto over ma non troppo, mocassini e stivali dal tacco basso, borse comode e poco appariscenti. Inconfondibile firma dell’eleganza italiana sartoriale.

Sartorialità che si è vista tanto in passerella, nei trench con spalle audaci appoggiati su giacche affilate, nei pantaloni morbidi con le pence, nei maglioni gettati sulle spalle per un power dressing elegante ma rilassato.

Ma sono le sovrapposizioni il tema forse più nuovo della prossima stagione: l’idea di una silhouette a strati, ma senza sforzo, è proposta da Loro Piana e Ferragamo in versione super chic con tuniche sopra gonna e pantaloni. Ma è da Marco Rambaldi che arriva la visione più contemporanea e romantica di questa tendenza: la sua spensieratezza ribelle rivoluziona gli strati, rendendo mutande e canotta protagonisti sopra gli altri indumenti, con un mix di crochet fatto di centrini, con cui crea anche gli abiti da sposa.

Mi piace citare anche Francesco Murano e la sua moda sofisticata ed essenziale, dinamica e futurista, in cui gli abiti danzano con i corpi, e Lorenzo Seghezzi, che ha per la prima volta presentato a Milano una collezione dedicata all’energia del mondo queer. Segnatevi questi tre nomi: sono giovani designer che promettono bene, supportati dal Fashion Trust della Camera Nazionale della Moda, di cui io e Daniela facciamo parte.

Si ricomincia da Venezia, la prima passerella importante dopo l’estate, per ammirare (o criticare, è lecito anche questo) gli outfit studiatissimi delle star italiane e internazionali che anticipano le nuove tendenze della moda.

Anche per noi di Crida l’appuntamento in laguna è irrinunciabile, visto che è la prima occasione per farvi vedere i capi della nuova collezione invernale, Wonderland, un omaggio non soltanto all’Italia ma alle meraviglie della nostra terra, al pianeta in cui viviamo e che dobbiamo amare e rispettare.

E se vogliamo riassumere in un’unica parola il trend più forte di questa stagione, è sicuramente quello di un’eleganza consapevole: il che vuol dire costruirsi un guardaroba solido, fatto sia di riferimenti classici e precisi al passato, sia di novità e abbinamenti inaspettati. Ma soprattutto significa acquistare capi sostenibili, fatti bene, da interpretare ognuno col proprio stile.

I richiami al passato si vedono nelle giacche impeccabili dall’allure essenziale borghese che Crida quest’anno ha proposto nei colori bordeaux, grigio e ovviamente nero. Sono quei pezzi must-have che completano ogni outfit, dal casual all’elegante, e che non possono mancare nell’armadio.

Sì al tailleur rigoroso in lana grigia, da accessoriare con camicie colorate di seta impalpabile, ma anche al completo più disinvolto in stampa check, tornata di grandissima tendenza. Una sobrietà che troviamo anche negli accessori: meno tacchi a spillo e più mocassini e Oxford shoes, le stringate più classiche che danno grinta e raccontano una femminilità più strutturata e decisa.

Il richiamo agli anni ’90 si fa sentire soprattutto negli abiti, che anche noi di Crida abbiamo proposto con linee più asciutte e sciancrate: dal fresco di lana, alla viscosa in check finestrato, fino agli abiti di chiffon stampati con piccoli pois a contrasto (che non potevano mancare!). I vestiti Crida sono sempre la scelta più funzionale: adatti ad ogni momento della giornata, perfetti da indossare con una giacca o un coat maschile, con gli stivali o con gli zoccoli (altro accessorio in grande ascesa).

Sì, perché accanto a questa sobrietà convivono ancora le suggestioni bold degli anni ’80, anche se ripulite e rese più essenziali e contemporanee: no agli eccessi di forme e materiali, ma sì alle linee sinuose da sirena che accarezzano il corpo, come negli abiti lunghi da sera Crida che vedrete sul red carpet di Venezia.

Se da una parte c’è voglia e bisogno di rigore, dall’altra la moda è ancora e sempre un sogno: ecco perché la tendenza boho non solo resiste, ma si reinventa in questa stagione e diventa più ricca e più chic. Trasparenze, chiffon e soprattutto pizzo sono da maneggiare con cura, ma rappresentano certamente un trend dell’inverno. La gonna lunga alle caviglie in pizzo avorio di Crida, con la piccola camicia coordinata, va portata con nonchalance anche di giorno, con scarpe basse, borsa grande e una giacca sulle spalle. Un look che svela e non svela, che mescola sapientemente pezzi nuovi e vintage per definire la “messy girl”: disordinata, volutamente imperfetta ma molto affascinante.

La bellezza, ricordatevelo sempre, è nella personalità e non nella perfezione: questa, a parer mio, è la tendenza più importante da seguire questo autunno-inverno, come reazione alla moda globale del fast fashion, al total look scontato, agli eccessi di loghi e, soprattutto, alla perfezione digitale e al diktat dei filtri e dell’apparenza.

Ognuno trovi la sua strada senza lasciarsi soggiogare dalle tendenze e senza uniformarsi agli altri. Il bello della moda di oggi è che può essere tutto e il contrario di tutto: portatrice di nuove estetiche che richiamano al passato ma guardano anche al futuro, che invitano ad essere audaci ma anche a riflettere sul bello della classicità. Il mio consiglio è di osservarvi bene allo specchio e di capire cosa volete valorizzare del vostro aspetto: e poi osate, senza copiare gli altri ma costruendovi uno stile che vi farà sentire sempre uniche e speciali.

Oggi si parla molto di longevity, tanto che nelle ultime settimane sono stata a due convegni dedicati proprio a questo argomento: nel primo, di cui ero conduttrice, il focus riguardava l’alimentazione, un tema globale che tocca sia uomini che donne, mirato a offrire indicazioni precise su quanto sia importante sapersi orientare per scegliere quegli alimenti che ci fanno bene.

Ho imparato che il pesce azzurro, sgombri e sardine, quei piccoli pesci non molto considerati dall’alta cucina che predilige tonno o pesce spada, sono fondamentali per aumentare i livelli di omega 3 del nostro organismo (molto più di qualsiasi integratore) e mantenere in salute i nostri vasi sanguigni. E ho apprezzato che un’azienda come Delicius, che appunto produce conserve ittiche di quel tipo, organizzi una piattaforma di confronto come Be Blu, insieme a medici, esperti e distributori, per raccontare i dati di una ricerca importantissima commissionata all’Istituto di Ricerca Cardiovascolare.

Nel secondo evento, a cui sono stata invitata dalla rivista Elle come relatrice, si parlava invece della longevity come sfida per le donne a superare i pregiudizi sulla bellezza matura, e anche questo argomento mi ha molto appassionato.

Tanto che voglio dirvi la mia opinione.

Longevità non vuol dire rimanere giovani per sempre, ma cercare di vivere bene il più a lungo possibile. Una condizione che oggi è resa possibile dalle conquiste incredibili della scienza e della medicina, ma che per le donne è ancora condizionata da pregiudizi antichi che bisognerebbe sfatare. Tipo: invecchia pure, ma non farlo vedere.

Negli ultimi 50 anni le donne si sono adeguate a questo diktat: il mito delle eterne ragazze prima, poi la chirurgia estetica che ha cambiato i connotati di tantissime sventurate e infine oggi la post-produzione dei contenuti social, modificata dagli orridi filtri che cancellano lineamenti, età e identità a tanti volti femminili.

Tutto questo non ci ha aiutato.

Ma io sento che oggi qualcosa sta cambiando e che si possa trasformare la sfida contro il tempo in una sfida culturale: smettere di temere il tempo che passa e iniziare a viverlo come un’opportunità e un grande atto di libertà. Le rughe non sono difetti, sono storie, sono la nostra esperienza e la vita che abbiamo avuto la fortuna di vivere fino a qui. Sono una conquista, non una sconfitta.

Come si fa? Ovviamente serve smantellare l’equazione giovinezza uguale valore, e sostituirla con una narrazione più complessa, più umana, e ribaltare questo paradigma diventa un atto rivoluzionario che molte donne famose hanno già fatto.

Celebrità come Helen Mirren, Jane Fonda e Andie MacDowell incarnano questa nuova bellezza: autentica, consapevole, libera dai diktat giovanilistici. Anche donne come Frances McDormand o Isabella Rossellini parlano apertamente di accettazione e potere femminile che maturano nel tempo. Non si tratta di “sfidare l’età”, ma di viverla con fierezza.

Ho amato Paulina Porizkova, top model degli anni ’80 e oggi splendida sessantenne dai capelli argento, quando ha sentenziato: non capisco perché le aziende di cosmesi scrivono sempre anti-aging sui prodotti… io sono pro-aging, e non sono mai stata così felice come a questa età.

Ascoltiamola, ragazze, e costruiamo insieme questa piccola grande rivoluzione: bisogna smettere di inseguire un ideale irraggiungibile di bellezza e costruirsi con gli anni un’identità fondata sull’esperienza, sull’intelligenza emotiva e sulla presenza autentica.

Vi lascio con questo pensiero su cui meditare questa estate, quando vi guarderete allo specchio in costume e storcerete il naso. Dovete sorridere invece e volervi bene: smettiamo di temere il tempo che passa e viviamolo come un atto di libertà! La longevità non è una corsa contro il tempo ma una solida alleanza con la vita.

Siete pronte per il Crida tour di questa primavera? Come ogni anno io e Daniela saremo in giro per l’Italia per presentare Mediterranea, la nostra collezione estiva, e per incontrare tutte le persone che vogliono fare un’esperienza speciale: conoscere da vicino il nostro mondo.

Per noi è sempre un’occasione importante per testare gli abiti, capire cosa vogliono oggi le donne e soprattutto verificare la vestibilità dei nostri capi su fisicità diverse. Ognuna di noi è unica e speciale nella sua bellezza e noi, come sapete, abbiamo iniziato ormai quattro anni fa questa avventura con un obiettivo preciso: riuscire a vestire tutte le donne, farle sentire a proprio agio dentro gli abiti, correggere i difetti (che tutte abbiamo o pensiamo di avere) ed esaltare i punti di forza.

Non dimenticatevi che noi siamo due donne che disegnano e creano abiti per le donne. E sappiamo bene cosa le donne vogliono. E allora prendete carta e penna o segnatevi in calendario le nostre date perché noi siamo impazienti di incontrarvi!

Il primo appuntamento è a Lecce, l’8 e il 9 di maggio, dove ci sentiamo un po’ a casa. Lecce è una città meravigliosa e ricca di donne eleganti e raffinate, che amano i colori e in questo periodo sono già abbronzate perché vanno al mare nel week end. Le tonalità brillanti delle nostre sete e i pois di tante sfumature diverse sono perfetti per aggiungere un tocco speciale al loro guardaroba.

Il 21 e 22 maggio saremo a Roma dove ormai torniamo da diverse stagioni. Le ragazze romane sono bellissime e amano farsi notare, quindi per le loro occasioni speciali non mancheranno i nostri abiti lunghi di seta e di cotone, perfetti per le feste e le cerimonie che, da adesso fino all’estate, permettono di sfoggiare degli outfit anche un pochino più audaci, ma sempre in raffinato stile Crida.

Il 26 maggio dovremmo essere a Firenze, anche se la data non è ancora confermata (e mi riservo di dirvelo con certezza a breve) e lì ritroviamo le fiorentine chiccosissime, aristocratiche capaci di impreziosire anche il più semplice degli abiti con un gioiello o un accessorio speciale, per renderlo unico. Amano gli abiti lunghi e impalpabili e i tessuti naturali, con piccole fantasie fiorate.

Il week end del 7 giugno per la prima volta arriveremo a Milano Marittima, per un evento molto esclusivo organizzato dall’hotel Mare Pineta. Siamo sempre molto contente di poter esplorare il mondo dell’alta hotellerie che ha una clientela internazionale di solito attratta dal made in Italy che noi rappresentiamo. Sicuramente porteremo i pezzi forti della nostra collezione, gli chemisier perfetti per il giorno e la sera, gli abiti lunghi ma facili da indossare, i travel pant che in questa stagione hanno avuto un grande successo soprattutto per chi è spesso con la valigia in mano. E poi i bermuda, novità della stagione, imperdibili per questa estate.

Per le amanti della Versilia segnalo che ci troverete a Forte dei Marmi a metà giugno, il 13, 14, 15, con tutti i nostri look da mare, di cotone leggero e di sangallo, da mettere facilmente anche sopra il costume e con gli abiti più sfiziosi da indossare per gli aperitivi e per le serate.

E per concludere in bellezza il penultimo weekend di giugno, il 20, 21, 22, arriveremo a Capri, dalla Parisienne, il negozio più iconico che si affaccia sulla storica piazzetta. È il posto ideale per indossare i nuovissimi caftani in seta colorata e in cotone leggero che risolvono ogni look, dalla mattina alla sera, accessoriati con sandali capresi e borsa di paglia.
Quindi, care amiche, segnatevi le date e scriveteci in direct se avete domande o richieste specifiche.
Ci vediamo prestissimo.
E buona primavera in Crida!